Trescore Balneario non è un caso astratto, non è una categoria sociologica buona per sguaiati dibattiti televisivi da prima serata, ma è un fatto terribilmente concreto: un ragazzo di tredici anni che pianifica, scrive, premedita e poi passa all’azione. Non uno scatto d’ira, non un gesto istintivo. Una sequenza lucida.
Nel messaggio che precede l’aggressione, di cui riportiamo il testo integrale, non c’è solo rabbia. C’è metodo. C’è un’idea di impunità data per scontata. C’è la convinzione — neanche troppo nascosta — che tanto “non sono penalmente processabile”. E questo è il punto.
Perché un tredicenne oggi può arrivare a pensare una cosa del genere? Da dove nasce tanta sicurezza? Non certo dal nulla.
Nasce da un contesto in cui la sanzione è diventata un’eccezione, quasi un tabù. In cui il richiamo severo viene visto come un abuso. In cui l’adulto, prima ancora di intervenire, deve preoccuparsi delle conseguenze del proprio intervento: denunce, assistenti sociali, tribunali. In cui ogni punizione viene immediatamente contestata, ridimensionata, delegittimata, quando non processata.
Nasce da decenni di messaggi contraddittori: “puoi essere tutto”, “nessuno può giudicarti”, “hai sempre una spiegazione”, “la colpa è del contesto”. Un bombardamento costante che, messo insieme, costruisce una percezione distorta della realtà: quella in cui il limite semplicemente non esiste.
Ma non solo. Perché questi ragazzi sono cresciuti dentro un percorso preciso: prima educati a un individualismo spinto, alla centralità assoluta dell’io, poi lasciati soli — nella realtà e nel virtuale — tra dispositivi, relazioni filtrate e isolamento amplificato anche dai lockdown. Infine proiettati in un mondo che promette tutto e subito: diritti immediati, desideri da soddisfare, gratificazioni istantanee. Doveri? Marginali. Conseguenze? Eventuali.
In questo schema, la responsabilità sparisce. E con essa sparisce anche il concetto stesso di limite.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: preadolescenti e adolescenti sempre più disadattati, in conflitto con il mondo e prima ancora con se stessi. Ragazzi incapaci di sostenere un confronto, allergici a qualsiasi forma di autorità, incapaci perfino di riconoscere un errore. Non per cattiveria, ma per assenza totale di strumenti.
E intorno a loro un contesto che li assolve sempre, li comprende comunque e li trasforma sistematicamente in vittime. Il prodotto perfetto di una cultura che ha scambiato la libertà con l’assenza di regole e che, nel farlo, ha smarrito completamente il senso di responsabilità.
E infatti, nel caso di Trescore, il limite non viene nemmeno sfiorato: viene superato con naturalezza. Accoltellare un’insegnante non è più l’ultima linea rossa invalicabile, ma un’opzione che entra nel campo del possibile.
E attenzione: non è solo il gesto a doverci preoccupare. È la normalità con cui viene concepito.
Perché se un tredicenne arriva a scrivere che ha deciso di uccidere la professoressa perché non può farlo col padre siamo già oltre il punto in cui si può parlare semplicemente di “disagio”. Qui siamo davanti a una rottura profonda del rapporto con la realtà, con l’autorità, con il valore stesso della vita altrui.
E in tutto questo, dov’è il mondo degli adulti?
C’è, ma arretra. Giustifica. Spiega. Analizza. Si interroga all’infinito sulle cause, ma evita accuratamente di ristabilire il concetto di conseguenze delle proprie azioni. Come se la soluzione fosse capire sempre di più e intervenire sempre di meno.
La scuola? Esposta, fragile, lasciata sola. Un’insegnante accoltellata diventa il simbolo non solo della violenza subita, ma dell’isolamento in cui è stato lasciato chi dovrebbe educare.
Ma attenzione: la scuola non è soltanto vittima. Sempre più spesso è anche complice.
Ha progressivamente rinunciato al suo compito principale — istruire — per inseguire una funzione educativa che non le compete fino in fondo e che finisce per creare solo confusione. Vuole formare coscienze, ma fatica a trasmettere conoscenze. Parla di valori, ma perde autorevolezza.
E tutto questo si inserisce in un processo più ampio, che va avanti da decenni: lo smantellamento sistematico del concetto stesso di autorità. Un’autorità prima messa in discussione, poi ridicolizzata, infine svuotata. Anche in nome di una certa lettura — spesso superficiale e distorta — di vecchie rivoluzioni culturali che hanno finito per trasformare ogni limite in un sopruso e ogni regola in un abuso.
E soprattutto la scuola entra in rotta di collisione con la famiglia, smettendo di esserne alleata. Così il ragazzo si ritrova senza riferimenti solidi, libero di ignorare entrambi.
In questo vuoto, l’autorità si dissolve, la regola diventa opinione e il rispetto un optional. E a quel punto, il passo dal conflitto alla violenza si accorcia drammaticamente.
E la famiglia quindi? Spesso delegittimata, spesso disarmata, spesso trasformata in imputata invece che in presidio.
Le istituzioni? Pronte a parlare dopo, molto meno a prevenire prima.
E così si arriva al paradosso: un ragazzo di tredici anni che teme più una nota disciplinare — quando arriva — che non l’idea di impugnare un coltello.
Questo è il corto circuito.
E da qui bisogna ripartire, senza giri di parole: ristabilire il principio che a ogni azione corrisponde una conseguenza certa, proporzionata e inevitabile. Anche dura, se vogliamo, ma certa. Non per vendetta, ma per educazione. Non per repressione fine a se stessa, ma per ricostruire un perimetro.
Perché senza quel perimetro, tutto il resto — dialogo, comprensione, inclusione — diventa solo retorica vuota.
E Trescore Balneario non è un incidente isolato. È un segnale. Sta a noi decidere se leggerlo o continuare a raccontarci che, in fondo, è solo un caso o peggio, è solo frutto della mancanza d’ascolto.
