Prende il via oggi l’edizione numero 109 del Giro d’Italia, evento sportivo caro agli italiani quanto il campionato di calcio. Calcio e ciclismo: due passioni capaci di unire, dividere, far discutere, emozionare. I vari Girardengo, Bartali, Coppi, Gimondi, Moser, Saronni, Pantani e Nibali sono entrati nell’immaginario collettivo esattamente come Meazza, Piola, Boniperti, Rivera, Mazzola, Roberto Baggio, Totti e Del Piero, senza naturalmente dimenticare il Grande Torino. Simboli di vittorie, uomini capaci di dar lustro all’Italia intera e di diventare modelli per generazioni di giovani.
Parte il Giro, dicevamo: dalla Bulgaria. E i nostri portacolori come si presentano? Gli addetti ai lavori indicano il solo Giulio Pellizzari come possibile pretendente al successo finale. Com’è possibile? La nazione che ha vissuto i dualismi Coppi-Bartali, Gimondi-Motta, Moser-Saronni, Bugno-Chiappucci, Gotti-Pantani; la nazione che ha visto interi podi finali colorarsi d’azzurro, oggi ha un solo atleta tra i papabili vincitori? Qualcosa, decisamente, non torna. E non torna soprattutto se pensiamo che l’ultimo italiano a vestirsi di rosa nella tappa finale è stato Vincenzo Nibali nel 2016: dieci anni fa. Due anni dopo l’ultima partecipazione della nazionale italiana di calcio a una fase finale del Campionato del Mondo.
Cifre impietose, testimonianza dello stato di crisi in cui versano le due discipline più popolari del Bel Paese, quelle capaci di muovere folle oceaniche. Quali le ragioni?
Alcuni parlano di mancanza di fame. In effetti molti dei campioni citati provenivano da famiglie comuni, spesso segnate dalla povertà. Lo sport ha rappresentato per loro un autentico ascensore sociale. Gente abituata a sacrifici e fatica. Ridurre tutto a questo, però, finirebbe col mancare di rispetto a chi, con eguale sacrificio, fatica e dedizione, sta ottenendo grandissimi risultati in altre discipline. Signori: tutti gli sport ad alto livello richiedono queste tre caratteristiche per poter primeggiare.
Piuttosto, intravedo almeno un paio di problematiche dietro la crisi di questi sport: la mancanza di spazi, unita — questo sì — a una diversa predisposizione culturale dei ragazzi.
Della difficoltà dei ragazzini a giocare a calcio avevo già parlato all’indomani dell’infausta partita in Bosnia, costata l’eliminazione dal prossimo Campionato Mondiale, facendo riferimento all’assenza praticamente totale di luoghi sicuri dove prendere a calci una palla. Per il ciclismo, se vogliamo, il problema è ancora maggiore. L’aumento del traffico rende le strade sempre meno sicure e avviare dei bambini alla pratica di questa disciplina diventa ogni anno più rischioso. Per assurdo, poi, le piste ciclabili — non certo riservate a chi intenda fare agonismo — rendono le carreggiate ancora più strette. Districarsi fra le automobili risulta quindi sempre più improbo. Logico, allora, che molti genitori non vedano di buon occhio questa pratica per i propri figli. Non a caso il ciclismo su pista sta prendendo sempre più piede. E questo fattore ci serve da assist per il secondo concetto: quello riferito alle diverse predisposizioni dei ragazzi.
In una cultura che sembra prediligere la velocità, la brevità e l’alta concentrazione di emozioni, i lunghi momenti d’attesa di una partita di calcio di novanta minuti — soprattutto quando la tattica finisce per prevalere — oppure quelli previsti da ore di tappa, possono rappresentare un deterrente per l’interesse dei più giovani. Una gara a inseguimento che si conclude in tre minuti, oppure quaranta minuti di corri e tira in una partita di basket, in ambienti chiusi e sicuri, finiscono col mettere d’accordo più esigenze. In un contesto in cui la soglia d’attenzione — soprattutto dei più piccoli — sta calando, questi, ahimè, sono aspetti da tenere in considerazione.
Infine, non trascurerei nemmeno il gran numero di proposte davanti a cui si trovano i ragazzi d’oggi. Se da un lato i TG sportivi nazionali sembrano notiziari monotematici sul calcio, dall’altro, fortunatamente, esistono canali tematici grazie ai quali i bambini vengono a conoscenza di discipline diverse da calcio e ciclismo. A questo si aggiunge anche il lavoro di molte scuole, abili nel promuovere i cosiddetti “sport minori”. Logico, quindi, che molti finiscano per essere attratti da altro e, se vogliamo, ecco spiegato anche il boom di risultati in attività fino a pochi anni fa sconosciute al grande pubblico.
Quindi, se calcio e ciclismo vorranno tornare a popolare i sogni della gente con le storie di grandi campioni, come in passato, dovranno iniziare a tener conto di questi fattori. Primo fra tutti: garantire spazi sicuri dove avviare i più piccoli. E per sicurezza intendiamo anche il tener lontani certi apprendisti stregoni che, tra il losco e il brusco, propongono aiutini per rendere di più. Al netto di considerazioni morali, di cui non voglio farmi portavoce, sono pratiche che finiscono col danneggiare il fisico: proprio ciò che la pratica sportiva dovrebbe avere a cuore.
Comunque, non resta che augurare a tutti: “Buon Giro d’Italia!”
