E rieccoci a parlare di “giustizia creativa”, ossia dell’interpretazione del diritto che finisce per contraddire il buon senso.
Ironia della sorte, ancora a Torino. A settembre a uscirne con “le ossa rotte” — fisicamente e legalmente — era una madre di famiglia, ora è una ragazzina di tredici anni, colpevole di essersi recata da sola in un minimarket per acquistare dei succhi di frutta per i fratellini.
Questa volta non c’è il pugno di un marito furioso per essere stato scaricato. Ci sono due mani schifose pronte a violare il corpo di una bambina.
Poi la denuncia, l’arresto, la detenzione. Due notti in cella. Poi? A casa.
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Libero in attesa di giudizio perché incensurato, collaborativo e pentito. Sì: è bastato che fornisse le password d’accesso alle telecamere interne e che si dichiarasse pentito per tornarsene a casa. Tutto questo dopo aver messo le mani addosso a una tredicenne, quaranta minuti dopo aver importunato allo stesso modo un’altra cliente. Tutto documentato da immagini che, stando alla ricostruzione dei fatti, non lasciano spazio ad interpretazioni.
Ah, già: ha fornito le password. Un gentiluomo, praticamente. Un cittadino modello al quale va riconosciuto il gran merito di aver risparmiato alle forze dell’ordine la fatica di accedere alle registrazioni. Peccato che, davanti a un’indagine e a una legittima richiesta dell’autorità, la collaborazione non possa trasformarsi per magia in una medaglia al valore civile.
E fa poi specie — anzi, fa rabbia — sapere che il provvedimento sia arrivato da una donna. Il nome della giudice è ormai di dominio pubblico, ma qui scegliamo deliberatamente di non pubblicarlo. Non aggiungerebbe nulla alla sostanza dei fatti e, soprattutto, non intendiamo regalarle nemmeno un minuto di notorietà in più. Perché un dubbio, davanti a certe interpretazioni tanto ardite quanto incomprensibili del diritto, finisce inevitabilmente per insinuarsi: che qualcuno possa trovare proprio nei gangli, nelle pieghe e nei cavilli della legge la scorciatoia per conquistarsi qualche giorno di ribalta personale. È un sospetto, naturalmente, e tale rimane. Ma noi, a scanso d’equivoci, quella ribalta non intendiamo offrirla.
Fin qui i fatti. Poi arrivano l’indignazione e la rabbia.
Ma soprattutto arriva una domanda. Una di quelle domande che rischiano di sembrare una dissertazione sui “massimi sistemi”, finché la realtà non te le sbatte in faccia. E dopo l’ennesima decisione giudiziaria capace di lasciare il cittadino attonito, noi quella domanda non riusciamo più a evitarla:
che cosa deve essere la giustizia?
È lo strumento attraverso il quale lo Stato accerta le responsabilità, tutela le vittime e, quando una colpa viene provata, pretende che chi ha commesso un reato ne risponda? Oppure sta diventando, almeno nella percezione di una parte sempre più larga della società, un esercizio di puro diritto talmente ripiegato su se stesso da perdere ogni contatto con la realtà?
Perché il problema ormai è anche questo. Possiamo conoscere codici, commi, attenuanti, esigenze cautelari, presunzioni d’innocenza e principi sacrosanti dello Stato di diritto. Possiamo spiegare cento volte che la custodia cautelare non è una pena anticipata. Ed è giusto che sia così.
Ma esiste anche un’altra domanda, altrettanto seria: che cosa accade quando l’applicazione della legge produce nella collettività una sensazione sistematica di impunità?
Che cosa accade quando una vittima denuncia, le immagini documentano, le forze dell’ordine intervengono, una persona viene arrestata e, dopo due notti, il cittadino comune se la ritrova nuovamente a casa?
Possiamo rispondergli citando tutti gli articoli del codice che vogliamo. A proposito: l’ANM si sta già prodigando in tal senso. Ma non possiamo pretendere che quella risposta gli restituisca automaticamente sicurezza e fiducia nelle istituzioni.
Ed è qui che il problema smette di riguardare Torino, un minimarket, una tredicenne o una singola decisione giudiziaria. Diventa enormemente più grande.
Una giustizia percepita come ingiusta diventa un problema democratico.
Perché quando lo Stato smette di essere percepito come il luogo nel quale ottenere giustizia, qualcuno prima o poi comincia a pensare di potersela fare da solo. Quando passa il messaggio che denunciare serva a poco, qualcuno smette di denunciare. Quando passa il messaggio che chi oltrepassa determinati limiti possa comunque tornarsene tranquillamente a casa, cresce la convinzione che quei limiti, in fondo, non esistano più.
E allora sì che il terreno diventa pericoloso.
Comprendiamo bene: sono domande alle quali è difficile rispondere in un articolo, figuriamoci in un post sui social. Ma proprio per questo dovrebbero finalmente diventare oggetto di una riflessione nazionale seria, capace di coinvolgere politica, magistratura, avvocatura, forze dell’ordine e cittadini.
Non per costruire tribunali di piazza. Non per invocare vendette. E nemmeno per buttare dalla finestra le garanzie dello Stato di diritto.
Esattamente per il motivo opposto: per salvarne la credibilità.
Perché una società nella quale i cittadini non credono più nella giustizia non diventa più garantista, più civile o più moderna. Diventa semplicemente una società nella quale ciascuno comincia a stabilire da sé ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, chi è colpevole e quale pena meriti.
E quello ha un nome preciso: Far West.
Non ci siamo ancora entrati.
Ma siamo sulla soglia. E continuare a fare finta di non vederla è il modo migliore per oltrepassarla.

