Juventus e Milan: le due facce della ricostruzione

Juventus e Milan fuori dalla Champions League 2026-27: due fallimenti sportivi maturati con modalità differenti. Due percorsi agli antipodi: la Juventus ha fallito la rincorsa, il Milan è stato protagonista di un autentico suicidio sportivo. E alla fine? Uguale verdetto e medesima necessità di rimuovere le macerie.

E come si preparano ad affrontare questo capitolo della loro lunghissima storia? In modo diametralmente opposto. La Juventus ha deciso di confermare la fiducia al tecnico Luciano Spalletti e al direttore sportivo Comolli. I due dovranno lavorare di comune accordo e in sintonia per allestire l’organico che riporti la “vecchia signora” ai fasti di un tempo. Parliamoci chiaro: la Juventus può contare su un tessuto societario inserito da tempo immemorabile nel mondo del calcio, su strutture all’altezza e su un settore giovanile capace di fornire rinforzi anche alla prima squadra. La Juve Next Gen è una realtà ormai ben radicata in Serie C, un campionato duro nel quale i giovani possono accumulare le prime vere esperienze.

Ben diversa è la situazione del Milan. Fino a marzo inoltrato i rossoneri veleggiavano stabilmente in seconda posizione, con un occhio rivolto al bersaglio grosso. Poi sono arrivati i primi screzi in società e il crollo. Una valanga inarrestabile, culminata nella sconfitta interna contro il Cagliari, maturata nonostante un vantaggio fulmineo. Da marzo in avanti è stato tutto un cercare il colpevole: da Leao, punta di diamante della squadra, ai nuovi acquisti, fino ad arrivare a Giorgio Furlani, contro il quale è stata addirittura promossa una petizione. Litigi all’interno dello staff, tensioni e accuse reciproche: scene indegne di quella che, fino a pochi anni fa, era la società più titolata del mondo. Una situazione talmente grottesca da costringere a scendere in campo perfino il proprietario: quel Gerry Cardinale che continua a considerare il Milan soprattutto un asset da valorizzare.

Un disastro sportivo. Un fallimento. Questa estromissione dalla Champions League 2026-27 è uno dei capitoli più amari della lunga storia rossonera. E dire che il Milan avrebbe inghiottito bocconi ben più amari. È ancora vivo in chi vi scrive il ricordo e la tristezza provata per l’atroce beffa del 16 maggio 1982, quando, a gara praticamente vinta in rimonta a Cesena, una rete del genoano Mario Faccenda, realizzata a tempo scaduto sul campo del Napoli, rispedì il “diavolo” nell’inferno della Serie B. In fin dei conti, l’anno venturo il Milan disputerà l’Europa League. Perché allora tanto clamore?

La retrocessione del 1982 arrivò dopo un sussulto d’orgoglio, con le ultime cinque partite di campionato disputate a ritmo da squadra di vertice. Non bastasse, esisteva già un quadro chiaro di ciò che sarebbe accaduto. L’allora presidente Giuseppe Farina aveva già presentato il nuovo organigramma societario, il nuovo tecnico e i piani di rinnovamento e ringiovanimento della rosa erano già definiti. In caso di salvezza era addirittura noto il nome del secondo straniero. In più c’era un settore giovanile capace di sfornare talenti a ripetizione. Insomma, per noi tifosi — qui non faccio mistero della mia fede pallonara — il momento era buio, ma non era una luce quella che vedevamo in fondo al tunnel: era proprio l’uscita, nitida e ben visibile. Bastava soltanto continuare a camminare.

Ora, invece, dall’America hanno deciso di fare piazza pulita: via tecnici e dirigenti, sciogliete le righe ai giocatori. E poi? Nessuno sembra sapere quale sarà il nuovo assetto societario e men che meno chi comporrà lo staff tecnico. La programmazione semplicemente non esiste e dal settore giovanile c’è ben poco da attingere. Parliamoci chiaro: è un disastro. Manca una figura capace di aggregare, di indicare una direzione, di trasmettere fiducia. Zlatan Ibrahimovic, unico superstite dell’epurazione, non sembra in grado di svolgere questo ruolo. E infatti i no di tecnici e direttori sportivi stanno fioccando come neve a febbraio.

Ancor più grave è rilevare il disamore dei tifosi. Nell’82 il Milan contava su uno zoccolo duro che ricordava ancora i fasti dell’era Rocco, ma che si era già rialzato dopo la prima terribile Fatal Verona. In società, inoltre, operava ancora in ruoli di primo piano Gianni Rivera, per vent’anni semplicemente il Milan. Berlusconi avrebbe poi ammainato quella bandiera, ma avrebbe avuto l’intelligenza di circondarsi di autentici uomini di calcio. Questi, invece, ammainata la bandiera Maldini, hanno portato il niente travestito da nulla. Solo i risultati potrebbero salvare loro e il loro investimento. Ma uomini a digiuno di calcio vero non sanno nemmeno da dove iniziare per costruire una squadra e una società capaci di vincere. E di tutto questo i tifosi rossoneri, molti dei quali hanno conosciuto soltanto l’epoca d’oro targata Berlusconi, si stanno accorgendo. Per questo stanno perdendo l’amore, l’entusiasmo e perfino la voglia di riempire San Siro.

Queste sono le due facce della ricostruzione di Milan e Juventus. E, al momento, soltanto una delle due, non il Milan, sembra possedere davvero le carte in regola per tornare ai vertici.