È accaduto di nuovo. Come a Trescore Balneario.
Sei mesi dopo siamo ancora qui. Ancora un tredicenne. Ancora una scuola. Ancora un’insegnante. Ancora un coltello.
Questa volta siamo a Roma, nel quartiere Centocelle. Un ragazzino di tredici anni pianifica l’aggressione contro la propria professoressa, Isabella Marsilio. Troppo severa, secondo lui. Quei debiti scolastici con i quali aveva concluso l’anno precedente proprio non li aveva mandati giù.
Ma chiamarlo semplicemente gesto d’impeto sarebbe fare torto ai fatti.
Perché qui c’è la preparazione dell’aggressione. Ci sono i coltelli. Lo spray urticante. Il casco. Gli occhiali. I guanti. C’è un conto alla rovescia pubblicato sui social. C’è il video girato nel bagno della scuola mentre prepara l’equipaggiamento. E c’è perfino una videochiamata su Telegram con altre persone collegate mentre il tredicenne si dirige verso la classe.
Insomma: per la legge non può essere imputabile. Ma per organizzare un’aggressione in ogni particolare, acquistare materiale, annunciarla, prepararsi, filmarla e condividerla con altri sembra essere stato terribilmente capace.
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Ed eccoci al primo gigantesco paradosso.
Non è imputabile perché non ha ancora compiuto quattordici anni.
Lo stabilisce l’articolo 97 del codice penale: «Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni».
Quel codice porta un nome che dovrebbe far drizzare le antenne a molti professionisti dell’antifascismo: Codice Rocco. Anno di grazia 1930. Regime fascista.
E qui comincia uno dei più spettacolari cortocircuiti della politica italiana.
Perché viviamo in un Paese nel quale il pericolo fascista viene evocato con una puntualità quasi liturgica. Fascismo al mattino, fascismo a pranzo, fascismo a cena. Un saluto diventa fascismo. Una frase diventa fascismo. Una proposta diventa fascismo. Un avversario politico diventa fascista prima ancora di avere terminato la frase.
Poi, però, capita di mettere mano a un istituto che arriva proprio dal Codice Rocco e improvvisamente il pedigree fascista perde qualsiasi importanza.
Dopo Trescore Balneario, dove un altro tredicenne aveva accoltellato un’insegnante e aveva a sua volta filmato l’aggressione, si è riaperto il dibattito sull’età dell’imputabilità. Da una parte chi proponeva di rivedere la soglia dei quattordici anni; dall’altra chi paventava una deriva punitiva nei confronti dei minorenni.
Come spesso accade in Italia, il dibattito è durato meno dell’indignazione.
Sei mesi.
Poi un altro coltello.
Attenzione: nessuno sta proponendo di trasformare le scuole medie in succursali delle carceri minorili. Nessuno dotato di buon senso può pensare di trattare un tredicenne esattamente come un adulto. Ma tra trattare un bambino come un adulto e stabilire per legge che sotto una determinata soglia non possa essere penalmente imputabile indipendentemente dalla capacità dimostrata nel preparare un’azione esiste un oceano nel quale la politica avrebbe il dovere almeno di navigare.
Invece niente.
Meglio gridare alla repressione. Meglio agitare l’immagine dei nostri figli trascinati in galera. Meglio non toccare nulla.
Salvo poi ricominciare con i minuti di silenzio, le dichiarazioni di sgomento e l’immancabile «bisogna capire» alla prossima professoressa accoltellata.
E il paradosso non finisce qui.
Prendiamo la separazione delle carriere dei magistrati, terreno sul quale lo scontro politico è stato violentissimo. Anche l’unità dell’ordine giudiziario fra magistratura giudicante e requirente attraversa una storia nella quale compare l’ordinamento giudiziario del 1941, promulgato durante il fascismo, che mantenne l’unità delle carriere. Naturalmente la Repubblica, la Costituzione e decenni di riforme hanno profondamente trasformato quell’ordinamento: fingere che nulla sia cambiato dal 1941 sarebbe una sciocchezza storica.
Ma proprio per questo il punto politico diventa ancora più interessante.
Perché l’origine fascista di una norma non basta a stabilire se quella norma sia buona o cattiva. Finalmente!
Peccato che questo improvviso bagno di pragmatismo venga praticato soltanto quando fa comodo.
Forse potremmo finalmente darci una regola elementare: smettere di giudicare le leggi in base all’albero genealogico e cominciare a giudicarle per gli effetti che producono oggi.
E allora torniamo ai nostri tredicenni.
Uno a Trescore. Uno a Roma. Due insegnanti accoltellate nel giro di pochi mesi. Due ragazzi non imputabili per la loro età. Due aggressioni preparate e filmate.
Quanti ne servono ancora prima che discutere quella soglia smetta di essere considerato un attentato ai diritti dell’infanzia?
Nel caso romano c’è poi un’altra questione sulla quale è necessario indagare fino in fondo.
Il tredicenne è attualmente ricoverato e gli investigatori stanno passando al setaccio telefoni, account, chat e contatti. Occorre capire chi fossero le persone collegate mentre l’aggressione veniva trasmessa, chi abbia successivamente diffuso il filmato e soprattutto se qualcuno abbia istigato, incoraggiato o agevolato il ragazzo.
Si stanno verificando anche eventuali collegamenti con ambienti estremisti online e comunità virtuali nelle quali circolano contenuti relativi a stragi, assassini e violenza. È una pista investigativa e come tale deve essere trattata: una pista, non una sentenza.
Se però emergesse che soggetti imputabili hanno istigato o concretamente agevolato l’aggressione, la loro posizione sarebbe naturalmente ben diversa da quella del tredicenne.
Indagare è dunque sacrosanto.
Capire è indispensabile.
Ma attenzione: capire non significa assolvere culturalmente ogni comportamento.
Perché da qualche anno abbiamo sviluppato un’autentica ossessione per la ricerca della causa e una singolare allergia per la parola conseguenza.
Il disagio. I social. La famiglia. La scuola. L’emulazione. La solitudine. Internet. Il gruppo. La fragilità.
Tutto vero. Tutto importante.
Ma alla fine di questa enciclopedia delle cause deve pur comparire una parola che sembra essere diventata oscena: responsabilità.
Qui non intendiamo nuovamente addentrarci nelle cause profonde dello svuotamento di valori che abbiamo già analizzato. Quanto scritto in occasione dei fatti di Trescore Balneario rimane drammaticamente attuale.
Talmente attuale da risultare quasi profetico.
Ed è questo che fa rabbia.
Perché quella lezione non è servita praticamente a nulla.
Preferiamo allora occuparci dell’altra grande protagonista di questa storia: la doppia morale.
Cominciamo dalla vittima.
La professoressa Marsilio è stata accoltellata dal proprio alunno. Tre colpi. Ha avuto paura di morire. Eppure, una volta tornata a casa, ha trovato ad attenderla anche il processo social.
Il motivo?
Le sue idee.
Isabella Marsilio ha espresso sui social posizioni vicine ad alcune battaglie della destra vannacciana, prima fra tutte la remigrazione.
Apriti cielo.
Per qualcuno la questione non era più soltanto che una professoressa fosse stata accoltellata da un tredicenne. Bisognava stabilire se quella professoressa fosse sufficientemente presentabile per meritare solidarietà.
Qualcuno è arrivato persino a domandarsi se una persona con quelle opinioni debba insegnare.
Fantastico.
Perché qui entra in scena un’altra insegnante. Una maestra diventata nel frattempo europarlamentare: Ilaria Salis.
Ed ecco che il metro cambia.
La maestra Ilaria, tra una tabellina e un dettato, trovava infatti anche il tempo per coltivare una robusta militanza politica: movimenti antagonisti, manifestazioni antifasciste e lotta per la casa. Una militanza mai rinnegata, anzi orgogliosamente rivendicata anche dopo l’elezione al Parlamento europeo.
Le occupazioni di immobili? Per lei rientrano in una battaglia politica per il diritto all’abitare. Le sue durissime polemiche contro Giorgia Meloni e il Governo? Legittima lotta politica. La militanza antifascista? Un titolo da rivendicare.
E ci mancherebbe.
Perché in democrazia un’insegnante ha il diritto di avere idee politiche, di manifestarle e di partecipare alla vita pubblica nei limiti stabiliti dalla legge.
Ma allora abbiamo una domanda semplicissima.
Perché questo diritto dovrebbe valere per la maestra Salis e diventare improvvisamente sospetto quando a esercitarlo è la professoressa Marsilio?
Una può frequentare piazze antagoniste, sostenere le occupazioni e attaccare ferocemente il Presidente del Consiglio senza che ciò autorizzi automaticamente qualcuno a dichiararla indegna dell’insegnamento.
L’altra scrive di remigrazione e qualcuno vorrebbe accompagnarla direttamente fuori dalla «scuola del Regno».
Decidiamoci.
O gli insegnanti hanno diritto alle proprie opinioni politiche oppure istituiamo un Ministero delle Opinioni Ammesse e almeno sappiamo tutti a chi dobbiamo spedire il curriculum.
E già che parliamo di Ilaria Salis, ricordiamo anche un particolare che continua inevitabilmente a dividere: il Parlamento europeo ha confermato la sua immunità rispetto al procedimento ungherese con 306 voti contro 305.
Un voto.
Uno.
Non fu un’assoluzione dalle accuse — è bene precisarlo — ma la decisione politica e istituzionale di mantenere l’immunità parlamentare rispetto alla richiesta ungherese. Salis e i suoi sostenitori hanno sempre denunciato l’impossibilità di ottenere un processo equo nell’Ungheria di Orbán; i suoi avversari hanno invece contestato duramente la scelta dell’Eurocamera.
Il caso continua a dividere proprio per questo.
Ma almeno risparmiateci la morale sull’insegnante politicamente inopportuna soltanto quando l’insegnante vota, pensa o scrive dalla parte sbagliata.
Perché altrimenti non è più difesa della scuola.
È semplicemente tribalismo politico.
Poi arriva il capolavoro.
A salvare Isabella Marsilio è stato un ragazzo di tredici anni originario del Congo, arrivato in Italia senza i genitori e ospite di una casa famiglia. Ha visto il compagno armato, è intervenuto, gli ha bloccato il polso e ha fatto cadere il coltello.
Chapeau.
Niente distinguo. Niente avversative. Niente «però».
A quel ragazzo va tutta la nostra ammirazione.
La stessa professoressa, quella terribile sostenitrice della remigrazione, lo ha definito un ragazzo meraviglioso e ha detto che meriterebbe una medaglia.
Eppure anche qui qualcuno è riuscito nell’impresa di trasformare un gesto eroico in materiale per la guerriglia ideologica.
«Visto? La prof favorevole alla remigrazione salvata da un congolese!»
Una contraddizione talmente irresistibile da avere fatto il giro dei social.
Peccato che la stessa Marsilio abbia spiegato che, nella propria concezione, quel ragazzo ha tutto il diritto di stare in Italia e che la remigrazione dovrebbe riguardare chi arriva e delinque.
Si può condividere quella posizione. Si può demolirla politicamente. Si può considerarla giusta, sbagliata, impraticabile o perfino aberrante.
Ma almeno discutiamo della posizione reale, non di quella inventata per poter vincere una polemica su Facebook.
Perché un ragazzo congolese che rischia per salvare la propria insegnante non dimostra che tutti gli immigrati siano santi, esattamente come un immigrato che delinque non dimostra che tutti gli immigrati siano criminali.
Dimostra una cosa infinitamente più banale e infinitamente più seria: le persone rispondono delle proprie azioni.
Guarda caso, siamo tornati alla parola proibita.
Responsabilità.
Un crimine rimane un crimine qualunque sia il passaporto di chi lo commette.
Un gesto eroico rimane un gesto eroico qualunque sia il colore della pelle di chi lo compie.
Il resto è propaganda da quattro soldi.
E arriviamo finalmente al punto.
La paura delle conseguenze sembra essere scomparsa.
Abbiamo trascorso anni a spiegare — giustamente — che un insegnante deve conquistare autorevolezza e non imporla con la paura. Ma, strada facendo, abbiamo compiuto un piccolo capolavoro: insieme alla paura abbiamo buttato dalla finestra anche l’autorità.
Un brutto voto diventa un torto.
Una nota diventa un’umiliazione.
Una bocciatura diventa un trauma.
Un rimprovero diventa violenza.
E alla fine, se qualcuno reagisce con un coltello, ripartiamo dall’inizio: dobbiamo capire.
Certo che dobbiamo capire.
Ma prima o poi qualcuno dovrà anche tornare a dire no.
No, un’insufficienza non ti autorizza a vendicarti.
No, un professore antipatico non diventa un bersaglio.
No, avere tredici anni non può significare crescere convincendosi che qualunque gesto verrà assorbito da una società sempre pronta a trovare una spiegazione e sempre più restia a stabilire una conseguenza.
E no, chiedere che famiglia, scuola e Stato tornino ad esercitare autorità non significa invocare manganelli, celle e terrore.
Significa ricordare a un adolescente una delle prime regole della vita adulta: ogni azione produce conseguenze.
A Trescore non lo abbiamo fatto.
Abbiamo discusso. Analizzato. Commentato. Polemizzato.
Poi abbiamo voltato pagina.
Sei mesi dopo siamo a Roma.
Un altro tredicenne.
Un’altra professoressa.
Un altro coltello.
Possiamo continuare a raccontarci che sono episodi isolati. Possiamo cercare il disagio, l’algoritmo, la famiglia, la società, la politica, la scuola e magari perfino Mercurio retrogrado.
Possiamo soprattutto continuare a capire tutto e reprimere niente.
Ma la realtà ha il brutto vizio di non leggere i nostri editoriali e di non partecipare ai nostri convegni.
E prima o poi torna a bussare.
Questa volta, per fortuna, fra il coltello e una tragedia molto più grande si è messo un tredicenne congolese.
La prossima volta chi ci mettiamo?
