Qual è la vera nazionale di Roberto Mancini?

Nazionale di Roberto Mancini: qual è la vera?

L’ennesima “operazione rinascita” della storia del calcio italiano è iniziata. A Roberto Mancini spetta nuovamente l’onore o l’onere di guidarla: soltanto il campo stabilirà se uno o l’altro. Facce nuove per integrare il gruppo dei “vecchi”, molte pescate all’estero e qualche convocazione pensata anche per italianizzare possibili prospetti in vista del futuro. Si riparte, insomma. Ancora una volta. Con la necessità, però, di capire prima di tutto da dove.

Roma: un’Italia senza idee e senza reazione

L’esordio contro il Belgio all’Olimpico è di quelli che fanno tornare improvvisamente a galla tutti i fantasmi degli ultimi anni. Gli azzurri perdono 2-0, colpiti da Mika Godts nel primo tempo e da Dodi Lukébakio nella ripresa. Ma, più ancora del risultato, preoccupa la prestazione.

Il Belgio, costretto a fare i conti col necessario ricambio generazionale, mette in campo organizzazione, rapidità e, soprattutto idee. L’Italia, al contrario, fatica a trovare ritmo, profondità e soprattutto una vera identità. La manovra procede lentamente, le distanze si allungano e, quando gli avversari accelerano, la squadra sembra incapace di cambiare passo. Mancano le idee e, soprattutto, manca quella reazione nervosa che ci si aspetterebbe da una squadra chiamata a inaugurare l’ennesimo nuovo corso.

Un esordio traumatico, quindi; uno di quelli capaci di alimentare immediatamente foschi presagi per il futuro.

La Nations League conta più di quanto sembri

Apparentemente questa Nations League può sembrare un torneo inutile, probabilmente persino scomodo, soprattutto quando costringe i giocatori a simili tour de force nelle prime settimane della stagione. In realtà, per una Nazionale chiamata ricostruire prestigio e credibilità internazionale, tanto inutile non è.

Rimanere nell’élite del calcio europeo, competere contro avversarie di alto livello e avanzare nella manifestazione significa accumulare risultati, mantenere una collocazione internazionale importante e continuare a frequentare stabilmente il calcio che conta. In questa edizione, poi, arrivare nelle prime due posizioni del girone significa conquistare l’accesso ai quarti di finale, con la prospettiva di finire nei gironcini da quattro in caso di superamento del turno.

Non meno importante è il ritorno economico derivante dalla competizione. La League A significa partite di prestigio, maggiore visibilità e maggiori opportunità commerciali. Ossigeno tutt’altro che trascurabile per una Federazione che comincia inevitabilmente a scontare l’assenza di risultati della Nazionale maggiore.

Dopo il disastro di Roma, Mancini cerca di tenere alto il morale del gruppo, tentando di mostrare un bicchiere mezzo pieno che, a dire il vero, in pochi abbiamo scorto.

Tre giorni più tardi, però, accade qualcosa.

La metamorfosi di Bursa

A Bursa, in un ambiente caldissimo e sotto una pioggia battente, gli azzurri si trasformano. Mancini cambia qualcosa negli uomini e negli equilibri e improvvisamente va in scena tutt’altra partita.

L’Italia aggredisce la Turchia, gioca in verticale, accompagna l’azione con più uomini e soprattutto mostra quella personalità completamente assente all’Olimpico. Dopo appena nove minuti Alessandro Bastoni apre le marcature. Al 22′ arriva il raddoppio di Davide Frattesi; cinque minuti più tardi l’esordiente Michael Kayode firma addirittura il 3-0. Tre gol in meno di mezz’ora, in trasferta, contro una squadra tutt’altro che rassegnata.

Nella ripresa la Turchia prova a riaprire la partita, ma la risposta azzurra arriva immediatamente: Francesco Pio Esposito segna il quarto gol e chiude definitivamente i conti. Finisce 4-1. Ma anche in questo caso il risultato racconta soltanto una parte della serata.

A impressionare è l’autorità con cui l’Italia affronta la partita. Pressione, coraggio, velocità nella circolazione del pallone, inserimenti, disponibilità al sacrificio. In poche parole: una squadra. Esattamente ciò che tre giorni prima non si era visto.

È vero: la Turchia era priva di Hakan Çalhanoğlu e Kenan Yıldız, probabilmente due degli uomini migliori del calcio turco insieme ad Arda Güler. L’ambiente sconta ancora la delusione per il pessimo Mondiale disputato e Vincenzo Montella sembra faticare a trasmettere alla squadra ciò che vorrebbe. Tutto vero.

Ma altrettanto vero è che raramente, negli ultimi anni, chi scrive ha visto una Nazionale italiana offrire in trasferta una simile prova di autorità contro una formazione comunque di buon livello.

Roma o Bursa: qual è la vera Italia?

E allora la domanda diventa inevitabile: qual è la verità? Quella della squadra allo sbando vista a Roma oppure quella della schiacciasassi ammirata a Bursa?

La trasferta di Parigi contro la Francia potrà fornire qualche risposta in più, soprattutto se gli azzurri riusciranno a tenere testa a una formazione oggettivamente ricchissima di talento. Perché contro una grande squadra non sarà necessario soltanto vincere o perdere: conterà soprattutto capire se l’Italia saprà stare in campo da squadra, soffrire senza scomporsi e proporre calcio quando ne avrà la possibilità.

Tuttavia non temiamo di risultare scontati nell’affermare che, probabilmente, la verità sta nel mezzo.

Oggettivamente il calcio italiano attuale non dispone di fuoriclasse assoluti. Può semmai contare su alcuni ottimi giocatori. Ma la storia del calcio insegna che spesso il giusto amalgama permette a un gruppo di andare persino oltre il proprio valore individuale.

La lezione di Osvaldo Bagnoli

Se Roberto Mancini, senza voler inventare l’impossibile, avrà la capacità di trovare un sistema nel quale ogni elemento possa giocare nel ruolo più congeniale alle proprie caratteristiche, i risultati potrebbero essere migliori di quelli che il semplice confronto tra i singoli lascia prevedere.

Senza timore di sembrare ripetitivi, riproponiamo un concetto espresso più volte su queste pagine: la Nazionale italiana dovrebbe recuperare qualcosa della filosofia di un certo Osvaldo Bagnoli.

Non parliamo di schemi. Non parliamo di moduli, lavagne o numeri messi in fila. Parliamo di un concetto molto più semplice: trovare per ogni giocatore il posto nel quale possa rendere meglio e metterlo nelle condizioni di interagire naturalmente con i compagni. Niente stravolgimenti imposti in nome di un’idea astratta di calcio, ma un sistema costruito sulle caratteristiche degli uomini realmente disponibili.

In Nazionale il tempo per preparare, provare e sperimentare è oggettivamente poco. Proprio per questo la lezione di Bagnoli diventa ancora più attuale.

I buoni giocatori ci sono. Alcuni giocano stabilmente ad altissimo livello e possono costituire l’ossatura sulla quale costruire: portiere, difesa e centrocampo offrono materiale sul quale lavorare. È soprattutto il reparto avanzato a lasciare qualche interrogativo in più.

Ma anche qui vale una vecchia legge del calcio: se una squadra funziona, costruisce, arriva nell’area avversaria e crea occasioni, prima o poi qualche “mona”, per dirla alla Nereo Rocco che la butti in porta, lo si trova.

Tutto questo, naturalmente, al netto dei problemi strutturali che rimangono sul tavolo: troppi stranieri in Serie A, vivai trascurati, impianti fatiscenti e una situazione della governance del calcio italiano che potrebbe diventare persino imbarazzante.

Ma quest’ultimo è un altro discorso. E non mancheremo di approfondirlo.

Per il momento, tra l’incubo di Roma e la notte quasi perfetta di Bursa, una certezza forse possiamo concedercela: questa Italia non è ancora abbastanza forte da poter prescindere dall’essere squadra, ma potrebbe essere abbastanza squadra da riuscire a nascondere il fatto di non essere forte.

E allora, almeno per adesso: fiducia!