Atmosfera strana attorno alla 5ª giornata 2026-27, andata in scena nel ricordo di Sandro Mazzola e con la testa già proiettata verso l’inizio del nuovo ciclo della Nazionale di Roberto Mancini. Eppure, in calendario, c’era quello che oggi può essere considerato il big match per eccellenza: Roma-Inter, le due squadre più in forma del momento una di fronte all’altra.
Non è stata certamente una giornata banale. Non sono mancati gli spunti tecnici e, soprattutto, quelli polemici: conferme, prime frenate, allenatori già sulla graticola e qualche grande investimento costretto a fare i conti con quella provincia italiana che, quando vuole, sa ancora essere tremendamente indigesta. Andiamo allora a ripercorrere quanto accaduto durante lo scorso weekend, l’ultimo di un’estate che molti hanno voluto raccontarci come la più calda della storia dell’umanità.
5ª giornata 2026-27: risultati, marcatori e classifica
Risultati
Bologna – Torino 1-1
14′ Bernardeschi (BO), 77′ Kulenovic
Fiorentina – Napoli 1-1
23′ Gilmour (NA), 51′ Jiménez
Frosinone – Como 2-0
13′ Calò, 45+2′ Kvernadze
Juventus – Atalanta 2-0
28′ Conceição F., 77′ Bremer
Milan – Lecce 3-0
14′ Pulisic, 61′ Rabiot, 73′ Moreira
Monza – Sassuolo 2-1
51′ e 63′ rig. Gustavo Varela, 88′ Adžić (SA)
Parma – Genoa 2-1
38′ Romero, 70′ Osmajić (GE), 80′ Almqvist
Roma – Inter 2-2
6′ e 37′ Koné, 46′ e 79′ Lautaro Martinez (IN)
Udinese – Cagliari 0-1
54′ Maldini D. (C)
Venezia – Lazio 0-2
51′ Zaccagni rig., 60′ Noslin
Classifica
Roma, Inter e Lazio 13; Cagliari 12; Milan 11; Frosinone, Juventus e Como 10; Napoli e Sassuolo 7; Atalanta e Lecce 6; Udinese, Torino, Parma, Monza e Fiorentina 4; Bologna 2; Genoa 1; Venezia 0.
Il racconto della 5ª giornata 2026-27
Le agenzie di stampa hanno battuto da poco la notizia della scomparsa di Sandro Mazzola quando a Monza prende il via la 5ª giornata 2026-27 di Serie A. E il primo risultato è già di quelli che muovono qualcosa: i brianzoli conquistano il primo successo stagionale fermando il lanciatissimo Sassuolo. Decisivo Gustavo Varela, autore di una doppietta, prima che Adžić renda meno amara la sconfitta neroverde nel finale.
Nel pomeriggio di sabato comincia invece la nuova avventura di Raffaele Palladino alla guida del Bologna. Per lui è un ritorno in panchina dopo l’esperienza all’Atalanta e, più che lo spettacolo, servono immediatamente punti. Ne arriva uno. Bernardeschi illude i rossoblù, Kulenovic pareggia nella ripresa per il Torino. Non sarà materiale da tramandare ai posteri, ma quando si subentra a una squadra in difficoltà anche un pareggio può essere un primo mattone. Il Bologna sale a quota due: pochissimo, certo, ma almeno la classifica comincia a muoversi.
Contemporaneamente, a Udine, prosegue la favola del Cagliari. I sardi avanzano inesorabilmente, un passo alla volta e rigorosamente di corto muso: quattro vittorie, tutte con una sola rete di scarto. Stavolta basta Daniel Maldini, bravo ad approfittare di un pasticcio della difesa friulana. E così, almeno per qualche ora, il Cagliari si ritrova lassù, a guardare tutti dall’alto insieme alle grandi. Altro che comparsa: dopo cinque giornate i rossoblù hanno dodici punti e il diritto di godersi il panorama.
Poi arriva il piatto forte: Roma-Inter. I nerazzurri sono chiamati anche a onorare la memoria della loro bandiera Sandro Mazzola, ma per un tempo sembrano sul punto di essere travolti. La Roma di Gian Piero Gasperini gioca una prima parte di gara sontuosa: aggressiva, verticale, feroce nel recuperare palla. Koné colpisce due volte e l’Olimpico comincia ad assaporare una notte da capolista solitaria.
Ma l’Inter campione d’Italia ha ormai sviluppato una curiosa specialità: mettersi nei guai e poi cercare di uscirne. Nella ripresa Lautaro Martínez firma una doppietta e rimette in piedi una partita che sembrava perduta, con i nerazzurri che nel finale arrivano perfino a fiutare il colpaccio. È una dimostrazione di forza mentale, certo, ma anche un campanello d’allarme che Cristian Chivu farà bene a non ignorare: per quanto profondo e qualitativo sia l’organico dell’Inter, non si può pensare di regalare sistematicamente due gol agli avversari e poi confidare sempre nella rimonta. Prima o poi il conto arriva.
In serata la Lazio di Gennaro Gattuso completa il terzetto di testa passando a Venezia. Zaccagni su rigore e Noslin firmano lo 0-2 che porta i biancocelesti a quota tredici. Per il Venezia, invece, sono cinque sconfitte in altrettante partite e uno zero in classifica che pesa come un macigno. La posizione di Giovanni Stroppa diventa inevitabilmente delicatissima: la sosta arriva forse nel momento giusto per la società, chiamata a decidere se insistere o cambiare.
La domenica comincia a Firenze. Contro il Napoli, i viola vogliono dare seguito ai primi segnali incoraggianti della gestione Paolo Vanoli. Gli azzurri passano con Gilmour, ma la Fiorentina non si scompone e nella ripresa trova con Jiménez il pareggio. Finisce 1-1: per i viola è un altro piccolo passo fuori dalle sabbie mobili, mentre il Napoli lascia per strada altri due punti e rimane a quota sette. Non è ancora tempo di processi, ma per una squadra costruita per stare molto più in alto la classifica comincia già a presentare qualche domanda scomoda.
Nel pomeriggio il Parma conquista finalmente la prima vittoria stagionale a spese del Genoa. Romero apre, Osmajić pareggia e Almqvist decide la sfida a dieci minuti dalla fine. I ducali respirano; Daniele De Rossi, invece, continua a cercare la quadra di un organico che, almeno sulla carta, non sembra certo costruito per trascorrere il campionato nei bassifondi. Un punto in cinque partite è un bottino che non ammette troppe interpretazioni.
La vittoria del Parma arriva in concomitanza con quella che comincia ad avere i contorni di qualcosa di più di una semplice sorpresa: il Frosinone batte 2-0 il Como e vola a quota dieci. Calò e Kvernadze firmano una delle sentenze più interessanti della giornata. Perché il Como dei grandi investimenti, delle ambizioni e del progetto internazionale scopre improvvisamente una vecchia legge del nostro calcio: i milioni aiutano, ma non vaccinano contro la provincia. Cesc Fàbregas sbatte contro un Frosinone organizzato, concreto e per nulla impressionato dal blasone economico dell’avversario. E i ciociari, zitti zitti, sono lì insieme alla Juventus.
Già, la Juventus. Prima dell’ora di cena i bianconeri forniscono altri segnali di ripresa superando l’Atalanta con un gol per tempo: Conceição nel primo, Bremer nel secondo. Una vittoria pulita, senza troppi fronzoli, che porta la squadra a dieci punti e restituisce un po’ di consistenza a una classifica partita con qualche esitazione.
Dall’altra parte, invece, continua il momento complicato di Maurizio Sarri. La sua Atalanta possiede qualità, tecnica e alternative, ma il famoso verbo sarriano sembra ancora parlato in una lingua che parte della rosa non comprende. Quando funziona è calcio codificato; quando non funziona rischia di trasformarsi in un catechismo recitato a memoria mentre gli avversari segnano. E a Torino, per la Dea, di occasioni per sorridere se ne vedono davvero poche.
La giornata si chiude a San Siro, il teatro principale delle imprese di Sandro Mazzola. Stavolta non c’è la sua Inter, ma ci sono quelli che per una vita sono stati i suoi grandi rivali: il Milan. Ed è proprio dalla Curva Sud che arriva una delle immagini più belle del weekend. Nel giorno in cui altrove qualcuno aveva pensato bene di trasformare perfino il minuto di raccoglimento in occasione per manifestare la propria pochezza, il tifo organizzato rossonero sceglie la strada opposta e rende omaggio al grande avversario.
Perché esiste una differenza enorme fra rivalità e miseria. Mazzola poteva essere l’avversario, il nemico sportivo, quello da battere nel derby. Ma senza Mazzola, come senza Rivera, Riva, Facchetti e gli altri giganti di quell’epoca, intere generazioni avrebbero avuto un calcio più povero da raccontare e da ricordare. Riconoscerlo non significa rinunciare ai propri colori. Significa semplicemente conoscere la storia.
Poi si gioca. Dopo l’opaca prova in Europa League, il Milan era chiamato a reagire e lo fa battendo nettamente il Lecce. Pulisic apre, Rabiot raddoppia e Moreira chiude i conti: 3-0. Qualche ombra rimane, perché una vittoria non cancella automaticamente tutti i problemi, ma undici punti dopo cinque giornate consentono ai rossoneri di rimanere agganciati al gruppo che conta.
E così cala il sipario sulla quinta giornata. Davanti ci sono Roma, Inter e Lazio, subito dietro un Cagliari che continua a rifiutarsi di svegliarsi dal sogno. Risalgono Milan e Juventus, il Frosinone si prende la scena, mentre in fondo qualcuno comincia già a sentire scricchiolare la panchina. Adesso spazio alla Nazionale e al secondo debutto di Roberto Mancini. Il campionato si ferma, le polemiche certamente no.
Punta di spillo
“Sandro non è stato solo un meraviglioso rivale per me, ma è stato una parte di me, come io sono stato una parte di lui. Per questo oggi piango per lui ma anche per me.
Io e Sandro siamo stati i Coppi e Bartali del calcio: avevamo lo stesso talento, eravamo i due capitani, siamo stati e siamo ancora le bandiere di Inter e Milan, insieme ai nostri compagni di squadra abbiamo vinto tutto, scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali. Siamo stati pezzi unici e irripetibili ma anche due facce della stessa medaglia, la mia popolarità esaltava la sua e la sua esaltava la mia. Non c’è derby di oggi e di domani che nel raccontarsi non passi da Rivera e Mazzola e Mazzola e Rivera.
Io e Sandro incarnavamo due filosofie di gioco e di vita, quasi due partiti con una loro ideologia, sostenere uno di noi due era scegliere uno stile di gioco, un modo diverso di interpretare il calcio e forse la vita. Come noi però non c’era e non c’è nessuno: eravamo la Milano degli anni Sessanta, quella delle grandi trasformazioni sociali, che dominava il calcio mondiale con le sue due squadre e i loro due capitani ragazzini e poi uomini. Un’epoca forse irripetibile.
Ai Mondiali del 1970 ci considerarono incompatibili con uno spreco assurdo di arte calcistica e si inventarono la staffetta, il primo tempo lo giocava lui e il secondo io, tranne che nella finale con il Brasile. Invece potevamo giocare benissimo nello stesso undici tanto erano diverse le nostre caratteristiche e vincere insieme come agli Europei del 1968.
Nereo Rocco, che era innamorato di Sandro, provò a portarlo al Milan, peccato che non ci sia riuscito: insieme saremmo stati imbattibili, ma la storia di Milan e Inter in fondo è più bella così.
Hanno spesso tentato di metterci contro ma non ci sono mai riusciti. Con Sandro e Sergio Campana abbiamo fondato il Sindacato calciatori mettendo la nostra popolarità al servizio soprattutto dei calciatori meno fortunati, sfidando le ritorsioni del potere e le ironie dei nostri tifosi che consideravano un’eresia vederci insieme.
Abbiamo anche fatto molte cose divertenti: una trasmissione televisiva insieme, gli inviati del Corriere della Sera ai Mondiali del Messico vinti da Maradona, siamo stati persino una commedia musicale che andò in scena nei teatri milanesi degli anni Settanta.
Ma ricordi di lui ne ho tanti. Il primo derby contro Sandro, per esempio, me lo ricordo benissimo: dopo quindici secondi andò in gol, il mio invece me lo annullarono, ma finì 1-1. Fu un derby molto nervoso e io e Sandro, giovanissimi, su un fallo stavamo per venire alle mani. Fu un attimo. Ci guardammo negli occhi e invece di menarci ci abbracciammo. Il pubblico si mise ad applaudire e Angelo Moratti confessò poi la sua commozione nel vedere quei due ragazzini abbracciarsi.
Ricordo poi un derby di fine anni Settanta, l’ultimo di Sandro in campionato, lui aveva 35 anni, io 34. Ci lanciammo di corsa sulla fascia come fossimo tornati bambini a caccia di una palla inutile, lui cercava invano di staccarmi, io invano di superarlo, arrivammo in fondo senza fiato e ci venne da ridere. Oramai siamo pronti per il circo, mi disse, e ci facemmo un’altra risata.
Oggi invece piango un fuoriclasse autentico, un uomo perbene e un rivale leale. Ma, ora posso dirlo, anche e soprattutto un amico vero.”