Estate 1970. A Levo, sopra Stresa, la sera è scesa da un pezzo. I giocatori del Verbania sono andati a dormire. Qualcuno, però, non ha sonno. O forse ha semplicemente troppi ricordi per riuscire a prendere sonno.
Pippo e Zaso parlano di calcio.
Giuseppe Marchioro racconta Nils Liedholm, Gigi Radice, il gioco a zona. Osvaldo Bagnoli risponde con Juan Alberto Schiaffino, la Coppa Latina del 1956, la SPAL, quel giovane Fabio Capello che ha incrociato a Ferrara. Ricordi, uomini, partite. Un calcio raccontato quando ancora il calcio si raccontava così: seduti insieme, la sera, senza telecamere, senza social, senza bisogno di trasformare ogni parola in una dichiarazione.
Pippo e Zaso.
Non è cominciata a Levo la loro storia. E non finirà certamente lì.
Per capire bisogna tornare indietro. Parecchio indietro. Quando Pippo e Zaso non erano ancora Marchioro e Bagnoli. Quando non erano allenatori. Quando non c’erano il Verona dello scudetto, il Cesena europeo, il Genoa, il Como, l’Inter, la Reggiana. Non c’era niente.
C’erano soltanto due ragazzi arrivati alle giovanili del Milan: Osvaldo dalla Bovisa, Giuseppe da Affori.
Due ragazzi con i sogni che avevano tanti ragazzi di allora. E soprattutto con una gran fame. Fame di calcio, certamente. Ma anche quella vera, figlia della guerra.
Il Milan li aveva raccolti, osservati, fatti crescere. E doveva anche mettergli qualche chilo addosso. Così quei giovani calciatori venivano mandati a mangiare bistecche all’“Assassino”. D’estate la società organizzava per loro soggiorni a Cesenatico. Si cresceva insieme. Si mangiava insieme. Si correva insieme. Si sognava insieme.
In quel Milan passarono giovanotti destinati a lasciare tracce profondissime nel calcio italiano. Giovanni Trapattoni, Gigi Radice, Giuseppe Marchioro, Osvaldo Bagnoli. Qualcuno avrebbe fatto una carriera importante da calciatore. Qualcun altro avrebbe trovato la propria vera dimensione una volta appese le scarpe al chiodo.
Pippo e Zaso, intanto, diventavano amici.
Amici veri. Qualcuno li definiva “gemelli”.
Poi arrivò il calcio dei grandi. E il calcio dei grandi separa. Una maglia qui, un trasferimento là. Una città nuova, un altro spogliatoio, un’altra stagione. Le strade cominciano ad allontanarsi.
Ma soltanto per potersi incrociare di nuovo.
Prima Zaso chiama Pippo
Alla fine degli anni Sessanta Bagnoli è a Verbania. Ha già alle spalle una vita di pallone: Milan, Verona, Udinese, Catanzaro, SPAL. L’arrivo in Piemonte non è casuale. Sta progettando il futuro: un lavoro da tipografo da conciliare con la sua grande passione. Carlo Pedroli, presidente della società, ne intuisce le qualità e Zaso comincia a guardare il campo con occhi diversi. Non più soltanto quelli del giocatore.
Sta nascendo l’allenatore.
E quando bisogna scegliere chi affidare alla panchina del Verbania, Zaso pensa a Pippo.
Marchioro arriva a Verbania anche per volontà dell’amico.
E così torniamo a quella sera dell’estate 1970. A Levo. Ai giocatori già nelle camere. A quei discorsi che continuano mentre gli altri dormono.
Pippo parla. Zaso ascolta. Poi parla Zaso e Pippo ascolta.
Forse nessuno dei due può ancora saperlo, ma stanno costruendo qualcosa. Marchioro ragiona di zona, di organizzazione, degli insegnamenti ricevuti. Bagnoli assorbe. Osserva. Ragiona. Non diventerà mai un sacerdote del modulo, anzi. La sua filosofia sarà quasi l’opposto: prima vengono gli uomini, poi il sistema nel quale farli giocare.
Il seme, però, è anche lì.
In quelle sere passate a parlare con Pippo.
Poi Pippo chiama Zaso
Passano pochi anni e il gioco si rovescia.
Zaso prova a camminare da solo. Comincia ad allenare alla Solbiatese. L’esperienza finisce con un esonero. Nel calcio basta poco per ritrovarsi improvvisamente senza panchina e con qualche certezza in meno.
Ed ecco ricomparire Pippo.
Marchioro è a Como. Chiama l’amico e lo vuole con sé.
Questa volta è Pippo a tendere la mano a Zaso.
Marchioro allenatore, Bagnoli vice. A Zaso viene affidata in particolare la cura della fase difensiva. I due ragazzi del Milan sono diventati uomini di campo e adesso lavorano insieme dalla stessa parte della linea bianca.
È quasi un passaggio di testimone continuo. Prima Bagnoli apre una porta a Marchioro. Poi Marchioro ne apre una a Bagnoli.
E quando Pippo lascia Como per andare a Cesena, vorrebbe portarsi dietro l’amico.
Zaso, questa volta, non lo segue.
Resta.
E quella separazione diventa decisiva.
A Como arriva il momento nel quale Bagnoli deve camminare definitivamente con le proprie gambe. Da lì comincerà una storia destinata a portarlo molto lontano.
Pippo passa. Zaso arriva
Marchioro intanto corre.
A Cesena costruisce una delle pagine più belle della storia bianconera. Porta una provinciale italiana fino all’Europa. Ancora una volta sembra lasciare una traccia lungo una strada sulla quale, qualche anno più tardi, passerà anche Zaso.
Perché sul finire degli anni Settanta anche Bagnoli arriva a Cesena.
Pippo prima. Zaso dopo.
Quasi un inseguimento.
Ma ormai non sono più soltanto due amici che si aiutano. Sono diventati due allenatori veri. Due uomini con idee proprie, squadre proprie, destini propri.
E inevitabilmente arriva il momento nel quale bisogna sedersi su due panchine diverse.
Da quel momento l’amicizia rimane fuori dal campo.
Dentro, molto meno.
Quando Zaso comincia a fare dispetti a Pippo
Il calcio sa essere perfido. E qualche volta possiede persino uno strano senso dell’umorismo.
Marchioro e Bagnoli diventano avversari.
Zaso, ogni tanto, presenta il conto all’amico.
C’è un episodio che, riletto molti anni dopo, sembra quasi scritto apposta per questa storia.
È la stagione 1982-83. Marchioro allena l’Avellino. Bagnoli è sulla panchina del Verona. Gli scaligeri sono appena tornati in Serie A e dovrebbero pensare soprattutto a salvarsi. Dovrebbero.
Il Verona di Dirceu, invece, sta per diventare una delle grandi sorprese del campionato.
Il 10 ottobre 1982, al Bentegodi, arriva l’Avellino di Pippo.
Finisce 3-0 per Zaso.
Una sconfitta pesante. Pesantissima.
Il giorno dopo Marchioro viene esonerato.
Non sarà certo Bagnoli ad aver deciso il destino dell’amico. Gli esoneri hanno sempre una storia più lunga dei novanta minuti che li precedono. Ma il pallone, quando vuole, sa essere crudele anche nelle coincidenze: uno dei colpi finali alla panchina di Pippo arriva proprio dal Verona di Zaso.
E mentre Marchioro deve fermarsi e ripartire ancora una volta, quel Verona comincia a volare.
Talmente in alto da scoprire che quella che doveva essere una stagione di sopravvivenza può trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: qualificazione UEFA e finale di Coppa Italia persa all’ultimo istante contro la Juventus dei sei campioni del Mondo, di Boniek e di Platini.
Pippo e Zaso si sono incontrati ancora.
E ancora una volta stanno per separarsi.
Ma non hanno certo finito di rincorrersi.
Undici anni dopo, ancora loro
Bisogna aspettare undici anni.
Undici anni nei quali succede praticamente di tutto.
Zaso porta il Verona dove nessuno avrebbe immaginato. Prima tra le grandi, poi addirittura sul tetto d’Italia. Pippo riparte, cambia città, cambia squadre, continua il suo viaggio. Le loro panchine si allontanano. Le strade sembrano finalmente aver smesso di incrociarsi.
Sembrano.
Perché nell’estate del 1993 il calcio decide che è arrivato il momento di rimetterli uno di fronte all’altro.
E sceglie un palcoscenico niente male.
San Siro.
Zaso è diventato l’allenatore dell’Inter. Pippo arriva a Milano con la sua Reggiana, appena promossa in Serie A.
Uno guida una squadra costruita per vincere. L’altro una matricola che deve imparare in fretta a sopravvivere tra i grandi.
Sulla carta non dovrebbe esserci partita.
Sul campo è tutta un’altra storia.
L’Inter vince, ma soffre. E Bagnoli, invece di nascondersi dietro il risultato, davanti ai microfoni rende omaggio all’amico:
«Applaudo Marchioro e tiro le orecchie a Bagnoli».
Pippo e Zaso.
Sono passati più di vent’anni dalle sere di Levo. Non sono più i due ragazzi affamati cresciuti nelle giovanili del Milan. Non sono più allenatore e vice a Como. Ora sono due vecchie volpi della Serie A che provano a fregarsi dalla parte opposta del campo.
Ma il bello deve ancora venire.
Questa volta il dispetto lo fa Pippo
Arriva il girone di ritorno.
L’Inter che doveva essere la super Inter di Dennis Bergkamp ha già cominciato a mostrare crepe preoccupanti. Le aspettative dell’estate si stanno trasformando in tensione. La squadra fatica. Zaso non riesce a trovare il bandolo.
E alla prima giornata del ritorno chi ricompare?
Pippo.
A Reggio Emilia succede l’impensabile.
Reggiana-Inter 1-0.
Una sconfitta che pesa molto più dei due punti lasciati sul campo.
Undici anni prima il Verona di Zaso aveva battuto nettamente l’Avellino di Pippo e, subito dopo, Marchioro aveva perso la panchina.
Adesso i ruoli sembrano capovolgersi.
È la Reggiana di Pippo a dare un’altra spallata alle certezze dell’Inter di Zaso.
L’esonero non arriva quella sera. Arriverà qualche domenica più tardi. Ma ormai qualcosa si è rotto. La società comincia a non credere più nel suo “Mago della Bovisa”.
Quasi uno scherzo del destino.
Prima Zaso aveva dato un dispiacere a Pippo.
Adesso Pippo restituisce il favore.
Con undici anni di ritardo.
Zaso saluta, Pippo continua
Per Bagnoli quella sarà l’ultima stagione nel grande calcio.
Zaso saluta l’allegra brigata.
Lo fa a modo suo. Senza trasformare l’addio in una tournée permanente, senza costruirsi una seconda carriera da opinionista, senza mettersi alla ricerca disperata di un’altra panchina.
Ha allenato. Ha vinto. Ha perso. Ha costruito squadre che ancora oggi vengono ricordate. Può bastare. Ora spazio alla famiglia, agli hobby, alle partite a pallone tra amici fino a quando il fisico glielo permetterà.
Pippo, invece, prova a restare ancora un po’.
La sua Reggiana raggiunge una salvezza che vale tantissimo. Poi arriva il Genoa.
E anche qui sembra che Marchioro continui a camminare sulle impronte lasciate dall’amico.
Quel Genoa conserva ancora uomini che pochi anni prima erano stati protagonisti del grande ciclo rossoblù costruito proprio da Bagnoli. Cambiano gli anni, cambiano gli allenatori, ma Pippo e Zaso continuano in qualche modo a sfiorarsi anche quando uno dei due non è più lì.
Poi, nel 1997, un altro giro della ruota.
Il Cesena.
Sempre il Cesena.
Marchioro viene chiamato per tentare di salvare i romagnoli dopo l’esonero di Marco Tardelli.
E qui il cerchio diventa quasi perfetto.
Perché Tardelli non è semplicemente un allenatore esonerato al quale Pippo deve succedere.
È quel Marco Tardelli.
Il ragazzo che più di vent’anni prima, a Como, Marchioro e Bagnoli avevano contribuito a svezzare nel calcio importante. Pippo allenatore, Zaso al suo fianco. Un giovane terzino ancora lontanissimo dal diventare il campione del mondo che una generazione intera ricorderà correre urlando sul prato del Bernabéu.
Ancora una volta il passato torna a bussare.
Como. Cesena. Tardelli. Pippo. Zaso.
Sembra che qualcuno continui a mischiare sempre le stesse carte.
Poi smettono di inseguirsi
Alla fine anche Pippo dice basta.
Come aveva fatto Zaso.
Le panchine rimangono agli altri. Il calcio cambia velocemente, forse troppo velocemente per due uomini cresciuti in un mondo nel quale i ragazzi del Milan venivano mandati a mangiare bistecche perché dovevano mettere su qualche chilo.
Loro rimangono amici.
Come quando erano ragazzi.
Come a Verbania.
Come a Como.
Come quando uno chiamava l’altro perché aveva bisogno di lui.
Come quando si ritrovavano avversari e per novanta minuti provavano a farsi lo sgambetto.
Passano gli anni.
Questa volta senza trasferimenti, senza esoneri, senza classifiche da scalare.
Poi, nell’estate del 2026, Zaso parte ancora una volta per primo.
17 luglio.
Osvaldo Bagnoli se ne va.
Per tutta la vita Pippo e Zaso si erano inseguiti. Uno arrivava, l’altro partiva. Uno apriva una porta, l’altro la attraversava. Uno andava a Cesena e qualche anno dopo ci arrivava l’altro. Uno sedeva sulla panchina dell’Inter, l’altro arrivava a sfidarlo con la Reggiana.
Incontri.
Separazioni.
Rincorse.
Ancora una volta Zaso sembra essersi portato avanti.
Ma questa volta Pippo non lo lascia andare troppo lontano.
6 agosto 2026.
Venti giorni.
Appena venti giorni dopo Osvaldo, se ne va anche Giuseppe Marchioro.
Pippo ha raggiunto Zaso.
Dopo quasi una vita passata a perdersi e ritrovarsi, questa volta non ci saranno più panchine diverse. Non ci sarà un nuovo incarico a separarli. Nessuno partirà per Como, Cesena, Verona, Genova, Milano o Reggio Emilia.
Il loro ultimo inseguimento è finito.
Ora nessuno dovrà più inseguirsi.