Caro Cristiano Ronaldo,
è l’amore per il calcio, per la sua storia e per i personaggi che l’hanno fatta a portarmi a scrivere queste righe. Ne I Promessi Sposi Alessandro Manzoni divide gli uomini in due categorie: quelli che fanno la storia e quelli che la subiscono. Senza ombra di dubbio tu appartieni alla prima. Tu non sei soltanto parte della storia del calcio: tu quella storia l’hai scritta, per oltre vent’anni. Hai stabilito record che difficilmente verranno raggiunti e altri che forse resteranno tuoi ancora per moltissimo tempo. Ne cito uno soltanto, emblematico di ciò che sei stato capace di fare: sei l’unico calciatore della storia ad aver segnato in sei edizioni consecutive della fase finale di un Mondiale. Non ti basta?
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Sinceramente, la tua decisione di proseguire l’avventura con la nazionale portoghese dopo l’ultimo Mondiale, a quarantun anni suonati, mi aveva sorpreso. Fare da “chioccia” al rinnovamento ci stava. Mettere esperienza, carisma e una carriera irripetibile al servizio di chi viene dopo di te sarebbe stato persino un ultimo, straordinario servizio al tuo Portogallo. Diventare un problema, decisamente no. Non fa onore né a te né alla tua carriera.
Sei stato, sei e sarai uno dei più grandi simboli calcistici della tua nazione. Proprio per questo dovresti capire quando arriva il momento di farsi da parte. Mi perdonerai, allora, se continuo a trovare inaccettabile la scelta di abbandonare il ritiro della nazionale alla vigilia di una partita, dopo che il commissario tecnico aveva annunciato che non saresti partito titolare. E l’immagine del tuo jet privato che lascia Copenaghen non aiuta certo a rendere più elegante questa pagina finale.
Nella partita d’esordio contro il Galles eri sceso in campo dal primo minuto. Vero? E allora domandiamocelo senza cattiveria: com’è andata? Sei stato davvero utile alla squadra? I tuoi compagni ti hanno cercato, eccome. Hanno costruito occasioni e palloni per te. Hai avuto possibilità che il Cristiano Ronaldo di qualche anno fa avrebbe probabilmente trasformato in gol quasi senza pensarci. Questa volta, invece, non hai inciso. Hai sbagliato, hai faticato e alla fine sei uscito dopo poco più di un’ora.
La classe c’è ancora. Quella non te la porterà via nessuno. L’esperienza aiuta e il tuo nome continuerà probabilmente a mettere soggezione a qualunque difensore ti trovi davanti. Ma la carta d’identità è inesorabile. È successo prima di te a tutti i monumenti del calcio che oggi ricordiamo. È successo a Pelé, a Cruijff, a Maradona, a Platini, a Van Basten, a Baggio. È successo persino a campioni che sembravano eterni.
Tanti hanno capito quando era arrivato il momento di farsi da parte. Alcuni lo hanno fatto con classe, altri con qualche rimpianto, qualcuno troppo tardi, qualcuno ahimé troppo presto. Tu, invece, in questi giorni hai dato l’impressione di considerare quel posto come qualcosa che ti appartenga per diritto divino.
Ed è proprio qui, Cristiano, che i conti cominciano a non tornare. Perché per vent’anni ci siamo chiesti quanto il Portogallo dovesse a Cristiano Ronaldo. Oggi sarebbe forse il caso di rovesciare la domanda: quanto deve Cristiano Ronaldo al Portogallo? E, soprattutto, che cosa puoi ancora pretendere dalla tua nazionale?
Rispetto? Tutto. Gratitudine? Immensa. Un posto nella storia? Quello non te lo toglierà nessuno. La maglia da titolare, però, è un’altra cosa. Quella non può essere una rendita vitalizia. Non può essere assegnata per anzianità, per numero di gol, per Palloni d’Oro conquistati o per milioni di follower. La maglia della nazionale non è una pensione al merito. Si conquista. Anche a quarantun anni. Anche se ti chiami Cristiano Ronaldo.
E permettimi allora un’altra domanda. Oggi CR7 non è più soltanto un calciatore. CR7 è un marchio, un brand mondiale, un’azienda della quale tu sei contemporaneamente fondatore, amministratore delegato, testimonial e prodotto principale. Hai costruito quell’immagine con la stessa ossessione con cui hai costruito il tuo fisico, la tua carriera e i tuoi record. Perfezione, disciplina, ambizione, cura maniacale di ogni dettaglio. Bene: quanto può giovare a quel brand l’immagine di un uomo di quarantun anni che, davanti alla prospettiva di una panchina, prende il proprio jet e se ne va?
Quale credibilità aggiunge a CR7? Quale grandezza? Quale messaggio trasmette ai ragazzi ai quali per anni hai raccontato, con l’esempio prima ancora che con le parole, che il successo nasce dal sacrificio, dal lavoro e dalla capacità di non arrendersi mai? Perché c’è una differenza enorme tra non arrendersi e non accettare il tempo che passa. La prima è la qualità dei campioni. La seconda rischia di diventare la caricatura di ciò che sono stati.
Continua pure la tua attività, peraltro assai ben remunerata, in Arabia Saudita. Continua a segnare, ad allenarti, a inseguire tutti i record che ritieni ancora raggiungibili. Finché una squadra ti offre un contratto e tu sei in grado di onorarlo, fai benissimo a giocare. Ma la nazionale è un’altra cosa. Lì non dovrebbe esserci un contratto da difendere, un marchio da promuovere o un record personale da inseguire. Lì dovrebbe esserci soltanto una maglia da servire.
E mettersi al servizio del Portogallo, oggi, può significare anche sedersi in panchina. Può significare entrare per venti minuti. Può significare aiutare Gonçalo Ramos o chi verrà dopo di te. Può significare persino avere il coraggio di dire: ragazzi, da qui in avanti tocca a voi. Perché a volte farsi da parte non significa arrendersi. Significa avere finalmente vinto anche contro il proprio ego.
Adesso probabilmente ricucirete. Il Portogallo ha troppo da perdere, tu hai troppo da perdere e nessuno ha interesse a trasformare questi giorni nell’ultimo ricordo di una storia durata più di vent’anni. Ma quella ricucitura, almeno dal mio punto di vista, dovrebbe servire soprattutto a una cosa: chiudere con dignità.
Non sbattere la porta come un qualsiasi adolescente in crisi d’identità. Non costringere il tuo commissario tecnico a scegliere tra l’interesse della squadra e la necessità di non urtare la suscettibilità del monumento nazionale. E soprattutto non obbligare chi ti ha ammirato per vent’anni a domandarsi perché uno dei più grandi calciatori della storia non riesca ad accettare la cosa più normale del mondo: che persino Cristiano Ronaldo, un giorno, possa accomodarsi in panchina.
Devi una conclusione diversa alla nazionale portoghese. La devi al calcio. La devi alla tua storia. La devi ai milioni di persone che hanno esultato per i tuoi gol.
Ma, soprattutto, Cristiano, la devi a Cristiano Ronaldo uomo.
Perché i record raccontano quanto sei stato grande. Il modo in cui saprai andartene racconterà, forse, qualcosa di ancora più importante: quanto sei stato capace di esserlo fino alla fine.
